L’Europa taglia fuori Washington dal Golfo

Il punto

Mentre Israele e Libano inaugurano colloqui diretti a Washington, l’Europa progetta una coalizione senza gli Stati Uniti per riaprire lo Stretto di Hormuz. La contraddizione è lampante: l’America negozia per conto altrui nel Mediterraneo orientale, ma viene esclusa dalla gestione del blocco energetico che ha causato. Due diplomazie parallele rivelano la frattura tra chi ha scatenato la crisi e chi ne paga il conto.

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Il paradosso di Hormuz: l’Europa bypassa il creatore della crisi

L’Unione Europea sta costruendo una coalizione internazionale per riaprire lo Stretto di Hormuz escludendo deliberatamente gli Stati Uniti, secondo funzionari citati dal Wall Street Journal. Emmanuel Macron guida l’iniziativa che coinvolgerà “diversi paesi” in una missione navale post-bellica. La logica è cristallina: l’America ha provocato il blocco attaccando l’Iran, ma l’Europa ne subisce le conseguenze economiche più pesanti. Con il 15% del petrolio importato dal Golfo e l’inflazione energetica che macina l’industria continentale, Bruxelles preferisce gestire la riapertura senza chi ha chiuso il rubinetto.

Il FMI ha tagliato le previsioni di crescita globale proprio oggi, alzando l’inflazione attesa al 4,4% (+0,6 punti) per i costi di petrolio, gas e fertilizzanti. Ma il peso non è distribuito uniformemente: l’Europa dipende da Hormuz tre volte più degli USA, che importano solo il 5% del loro petrolio dal Golfo. Washington ha creato una crisi che danneggia principalmente i suoi alleati.

Diplomazia del performativo: i colloqui Israele-Libano

Il Segretario di Stato Marco Rubio ha ospitato il primo incontro diretto tra diplomatici israeliani e libanesi da decenni. Il comunicato parla di “negoziati diretti” futuri, ma esperti come Aaron David Miller del Carnegie Endowment sono chiari: “Nessuno dei partecipanti ha l’autorità per negoziare davvero” (France 24).

L’ambasciatore israeliano negli USA, Yechiel Leiter, ha dichiarato che il Libano “vuole essere liberato da Hezbollah” e cerca “confini chiaramente delineati”. Ma mentre si parla a Washington, l’IDF continua a bombardare il sud del Libano e Gaza – dove oggi un attacco a un veicolo della polizia ha ucciso quattro persone, incluso un bambino di tre anni.

La contraddizione non è casuale: Israele negozia mentre consolida il controllo territoriale. Il Libano, con un governo che non controlla il sud del paese, può offrire solo legittimazione diplomatica a una situazione militare già definita sul campo.

L’Italia rompe con Israele, Trump attacca Meloni

Giorgia Meloni ha sospeso il rinnovo dell’accordo di difesa con Israele, che prevede scambio di equipaggiamenti militari e ricerca tecnologica. Trump ha immediatamente criticato l’Italia per la sua “mancanza di volontà ad aiutare nella guerra in Iran” (France 24).

Il timing non è casuale: l’Italia importa energia dal Medio Oriente e subisce pressioni migratorie dal Nord Africa aggravate dalla crisi alimentare. Con l’inflazione dei fertilizzanti che colpisce l’agricoltura mediterranea, Roma sceglie la distanza da Tel Aviv per proteggere i propri interessi energetici e commerciali. Il governo più “sovranista” d’Europa scopre che la sovranità richiede autonomia da Washington.

Economia & Mercati

Petrolio: Brent a $127/barile (+2,3% oggi) dopo i dati EIA che confermano 7,6 milioni di barili/giorno persi nella produzione del Golfo, con 22 milioni di barili intrappolati oltre Hormuz.

Gas naturale: TTF europeo a €45/MWh (+4,1%), alimentato dalla carenza di GPL in India che spinge migliaia di lavoratori a lasciare Delhi e Mumbai per mancanza di combustibile da cucina.

Rublo: Rafforzamento a 68 contro dollaro dopo che le entrate petrolifere russe sono quasi raddoppiate a marzo, offrendo a Putin un’ancora di salvezza per finanziare la guerra in Ucraina.

Spread Italia: BTP-Bund a 145 punti base (+8 bp) dopo le tensioni con Washington.

Segnali deboli

Ungheria: Peter Magyar, ex alleato di Orbán, lo ha sconfitto nelle elezioni di domenica. Il dato rivela come la guerra in Iran stia destabilizzando anche i govimenti europei più filo-americani, con l’opposizione che capitalizza sui costi energetici.

Pakistan: Il premier Sharif vola tra Riad e Ankara mentre Trump annuncia possibili colloqui USA-Iran in Pakistan “nei prossimi due giorni”. Islamabad si posiziona come mediatore regionale proprio mentre l’Europa lo esclude dalle sue iniziative.

India: L’esodo di manodopera dalle metropoli per la carenza di GPL accelera la deindustrializzazione urbana. Un segnale di come il blocco di Hormuz stia riorganizzando le catene del valore asiatiche.

Effetti locali

Italia: L’ENI di Claudio Descalzi (Premio Leonardo 2026 oggi) intensifica i rapporti con fornitori africani per compensare il blocco del Golfo. I prezzi della benzina sfiorano €1,95/litro. Il governo Meloni scommette sulla diversificazione energetica attraverso il Corridoio Sud (Algeria-Tunisia) per ridurre la dipendenza da Hormuz.

Giappone: Tokyo mantiene il profilo basso sui colloqui Iran-USA, temendo di alienarsi sia Washington che i fornitori energetici del Golfo. L’industria automobilistica nipponica subisce pressioni sui costi logistici: +15% per le spedizioni verso l’Europa via Suez.

Chiave di lettura

Due coalizioni si formano attorno alla crisi energetica: quella americana, che negozia per procura nel Mediterraneo orientale, e quella europea, che esclude Washington dalla soluzione del Golfo. Chi ha causato il problema non controlla la sua risoluzione. La frattura atlantica si misura in percentuali di petrolio importato.

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15 April 2026 — 05:01 JST · 22:01 CEST · 16:01 EST